Nascono le patologie professionali

Con il boom economico nel nostro Paese molte attività produttive passarono dal livello artigianale a quello industriale, causando un aumento dell’incidenza delle malattie professionali senza un corrispondente adeguamento delle misure preventive. Basti pensare alle nefaste conseguenze dell’introduzione del benzene come solvente nel settore calzaturiero in piena espansione. Con gli anni Sessanta, alle malattie professionali “classiche” si affiancarono tecnopatie di “seconda generazione” collegate ai mutamenti nei cicli lavorativi, che videro l’impiego di un maggior numero di sostanze chimiche. Sono di questi anni l’epidemia di neuropatia da collanti nelle industrie calzaturiera e delle pelli, i carcinomi della vescica urinaria dovuti alle ammine aromatiche impiegate nelle fabbriche di coloranti e gomma, le allergopatie da resine e da isocianati.
 

L'origine dell'Igiene industriale
Nacque allora a Pavia l’idea di un approccio tecnologico alla disciplina: l’igiene industriale, che anziché descrivere il danno da lavoro a seconda del distretto dell’organismo colpito, lo individua in funzione dei fattori di rischio presenti nelle fasi dei cicli produttivi, di beni o servizi. Su questa base si ipotizzò che ogni azienda dovesse censire sistematicamente tutti i fattori di rischio, allo scopo di contenerli al di sotto di limiti prefissati e periodicamente revisionati. È dunque anche merito della Scuola maugeriana se, dagli anni Settanta, iniziarono in Italia opere di ammodernamento degli impianti industriali per contenere il rischio chimico e, più in generale, migliorare le condizioni igienico-ambientali degli ambienti di lavoro.